Negli anni ’50 Internet non esisteva, i primi computer erano grandi come stanze e la televisione si diffondeva a macchia d’olio portando con sé la rivoluzione nei mass-media. A tenere banco in politica, invece, erano notizie come quella di una possibile guerra atomica dalle conseguenze inimmaginabili.
In questo clima, di veloce evoluzione e di paure più o meno espresse, Ray Bradbury scrisse "Fahrenheit 451" universalmente riconosciuto come un caposaldo della letteratura fantascientifica.
In esso il protagonista, Guy Montag, fa parte del corpo dei militi del fuoco il cui compito è bruciare le case delle persone che si sono macchiate del terribile delitto di possedere libri. Nella società in cui vive Montag i libri non sono altro che un inutile fardello del passato che si oppone ad un’esistenza più libera e felice.
L’ordine sociale è assicurato da pochi assiomi: tutti davanti a grandi televisori a guardare senza sosta vuoti spettacoli pirotecnici e insensate sequenze d’azione; niente comunicazione ma solo conversazione; mai pensare al di fuori degli schemi.
Montag inizia il suo cambiamento da un incontro. Una giovane e "pazza" vicina gli mostra modi di pensare e di essere fuori dal solco del conformismo. Da qui una progressiva presa di coscienza lo porterà ad un rifiuto di quella società sorda e razzista. In questo contesto anche il profilarsi di un olocausto nucleare appare tanto terrificante quanto una buona occasione per azzerare tutto e dare all’umanità nuova speranza.
Ci si sente chiamati in causa nel leggere questo racconto. 50 anni dopo l’uscita del libro viviamo in un’era estremamente proiettata verso il futuro e frenetica. Cose come i classici, la storia e la tradizione scendono ogni giorno sempre più in basso nella scala dei valori da preservare.
Il messaggio è molto chiaro: guardare al futuro senza trascurare il presente e dimenticare il passato. Un ottimo libro.
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